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Articolo del 05/03/2015

Categoria: Professione & Clinical Governance

Falso ideologico per omissione contestato ingiustamente al medico


a cura di


Pubblicato il 05/03/2015 da Sergio Fucci

Un sanitario, medico di guardia nel reparto neurologia di un ospedale, omette di riportare nella cartella clinica che l’infermiera gli aveva segnalato un peggioramento delle condizioni cliniche di un malato, di avere disposto una TAC urgente e la sua valutazione di questo accertamento e la conseguente scelta terapeutica attendista presa.
Questi avvenimenti vengono, invece, correttamente riportati nel diario infermieristico, ma il medico viene tratto a giudizio per rispondere del delitto di falso ideologico (art. 479 c.p.) avendo omesso di riportare nella documentazione di pertinenza dati clinici rilevanti per l’assistenza prestata al paziente.



Il neurologo viene assolto sia in primo che in secondo grado dal delitto contestato in quanto la TAC era stata ufficialmente e tempestivamente disposta attraverso una richiesta telematica non occultabile e l’esito dell’accertamento era stato comunicato alle infermiere che l’avevano poi riportato nel loro diario.
I giudici, in sostanza, ritengono che deve essere esclusa la volontà di celare i risultati dell’esame disposto e che, quindi, nel caso di specie non sussiste il dolo necessario per configurare il delitto di falso, ma solo un comportamento negligente.

Viene presentato ricorso in cassazione dalla parte civile, ma la Suprema Corte, quinta sezione penale, con la recente sentenza n. 5635/15, depositata il 05/02/15, conferma l’assoluzione del dirigente medico.

La Corte di Cassazione ha osservato che è certamente esatto che il falso per omissione può integrare la falsità in atto pubblico allorché l’attestazione incompleta, perché priva dell’informazione su un determinato fatto, attribuisca al tenore dell’atto un senso diverso, ma che nel caso di specie la sussistenza del delitto di falso era stata correttamente esclusa sotto il profilo dell’elemento psicologico del reato.

Dagli atti, infatti, erano emerse una serie di circostanze (tra cui quella di avere parlato dell’esito della TAC con le infermiere) tali da portare alla giusta conclusione che nel caso di specie non vi era stata una volontà di nascondere un proprio comportamento in ipotesi non appropriato sul piano professionale, ma solo una condotta colposa nella tenuta della documentazione clinica.
Se effettivamente il medico avesse voluto nascondere l’errore contestato, non avrebbe lasciato tracce indelebili dell’accertamento compiuto mediante la TAC.


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