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Articolo del 24/02/2017

Categoria: Giurisprudenza sanitaria

Medico assolto dall’accusa di omicidio colposo


a cura di Sergio Fucci


Soggetti interessati: Medici
 
Ai fini dell’affermazione di una responsabilità penale a titolo di colpa omissiva dei medici operanti all’interno di una struttura sanitaria complessa occorre accertare la concreta organizzazione della struttura stessa, con particolare riguardo ai ruoli, alle sfere di competenza e ai poteri-doveri dei medici coinvolti nella specifica vicenda di asserita mal pratica.

 
 


Di conseguenza, la posizione di garanzia nei confronti di una paziente per tutto il decorso post operatorio si estende certamente al capo dell’équipe medica che deve monitorare l’interessata  fino alle dimissioni, mentre un analogo obbligo non può ipotizzarsi per chi ha rivestito solo un ruolo minoritario nell’intervento quale terzo operatore ed  è intervenuto nella fase successiva solo quando era di guardia.
Questi principi sono stati ribaditi dalla Corte di Cassazione, sezione quarta penale, nella  sentenza  n. 6619/2017, depositata il 13/02/17, con la quale è stato respinto il ricorso avanzato dalla Procura Generale e dalla Parte Civile avverso la sentenza d’appello che, in riforma di quella di primo grado, aveva assolto un medico dall’accusa di omicidio colposo per non avere eseguito nella fase post operatoria di un intervento di rimozione di una neoformazione ovarica un controllo endoscopico che avrebbe, in tesi, consentito di accertare una lesione iatrogena all’intestino.
La Suprema Corte, in particolare, ha osservato che il giudice d’appello aveva correttamente escluso ogni responsabilità del sanitario in quanto l’imputato era intervenuto nella fase post operatoria visitando la paziente solo il giorno dopo l’intervento, quando presentava condizioni di addome trattabile, normale pressione e temperatura regolare, come rilevabile dalla cartella clinica.
Inoltre la fistola enterica si era presentata soltanto tre giorni dopo l’operazione, mentre l’imputato in presenza di un decorso clinico regolare al momento della visita effettuata due giorni prima giustamente non aveva eseguito un esame obiettivamente invasivo e rischioso.
Nessun concreto profilo di negligenza professionale emerge quindi dalla condotta tenuta dal sanitario in questione nell’assistenza prestata alla paziente.


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