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Articolo del 26/07/2016

Categoria: Giurisprudenza sanitaria

Mancanza di certezza sulla causa di un evento dannoso


a cura di Sergio Fucci


Soggetti interessati: ginecologi
 
Quando i danni cerebrali da ipossia patiti da un neonato e causati dalla ritardata esecuzione del parto determinano la
responsabilità del medico?


La Corte di cassazione, con la recente sentenza n. 11789/16, depositata il 09/06/2016, ha affermato che, in presenza di una consulenza tecnica d’ufficio (CTU) che sostiene che “non è possibile affermare con certezza che i danni centrali siano completamente attribuibili ad una encefalopatia neonatale ipossico/ischemica conseguente alla sofferenza fetale”, il giudice di merito deve comunque procedere ad una autonoma valutazione della fattispecie per verificare l’eventuale esistenza del nesso di causalità tra la condotta colposa contestata ai curanti e l’evento.
La Suprema Corte sottolinea che il principio di diritto che regola l’accertamento del nesso di causalità nel procedimento civile instaurato per ottenere il ristoro dei danni non è quello della “certezza al di là di ogni ragionevole dubbio” (vigente nel processo penale), ma quello “del più probabile che non” e osserva che non possono ricadere a carico del paziente eventuali lacune emergenti dalla documentazione clinica che possono avere inciso sul giudizio espresso nella CTU.
In sostanza  l’affermazione della responsabilità del medico per i danni cerebrali da ipossia patiti da un neonato e causati, in tesi, dalla ritardata esecuzione del parto, esige la prova (che deve essere fornita dal danneggiato) dell’esistenza del nesso di causalità tra l’omissione attribuita ai sanitari e il danno.
Tale prova deve ritenersi sussistente quando, da un lato, non vi è certezza che il danno cerebrale sia derivato da cause naturali o genetiche e, dall’altro lato, appaia più probabile che non che un tempestivo o diverso intervento avrebbe evitato l’evento dannoso.
La sentenza d’appello assolutoria impugnata è stata, quindi, cassata con rinvio ad altro giudice per il riesame della vicenda alla luce del principio di diritto affermato dalla Cassazione che ha ricordato che, una volta accertato il nesso di causalità, compete al medico dimostrare la scusabilità della propria condotta.



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