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Articolo del 21/04/2016

Categoria: Professione & Clinical Governance

Omicidio volontario, omicidio del consenziente, eutanasia, rifiuto delle cure


a cura di


Pubblicato il 21/04/2016 da Sergio Fucci

Un marito confessa di avere ucciso la moglie affetta da anni da una grave forma di artrite reumatoide, peggiorata in modo tale da impedirle la deambulazione e poi finanche di stare seduta, con manifestazione di gonfiori alle mani e ai piedi, comparsa di bolle e produzione di lesioni sanguinanti. La condotta del marito si è estrinsecata prima con la somministrazione di un pesante sedativo e poi, visto il mancato raggiungimento del risultato, con un colpo di coltello.

Viene condannato in primo e secondo grado per omicidio volontario aggravato (artt. 575 e 576 c.p.) e ricorre in cassazione chiedendo, tra l’altro, la derubricazione della contestazione in omicidio del consenziente (art. 579 c.p.) oppure il riconoscimento dell’attenuante (art. 62, n. 1 c.p.) di avere agito per motivi di particolare valore morale o sociale.



La Corte di Cassazione, prima sezione penale, con la recente sentenza n. 12928/16, depositata il 1/03/2016, respinge il ricorso dell’imputato osservando, tra l’altro, che l’omicidio del consenziente presuppone un consenso non solo serio,esplicito e non equivoco, ma anche perdurante della vittima sino al momento in cui il colpevole commette il fatto, circostanze queste inesistenti nella fattispecie. La Suprema Corte, inoltre, esclude la configurabilità dell’attenuante richiesta in quanto i motivi considerati dal n. 1 dell’art. 62 c.p. devono corrispondere a valori etici effettivamente apprezzabili e riconosciuti preminenti dalla collettività, mentre “le discussioni tuttora esistenti sulla condivisibilità dell’eutanasia sono sintomatiche della mancanza di un suo attuale apprezzamento positivo pubblico, risultando anzi larghe fasce di contrasto nella società contemporanea”. Da quanto precede emerge la differenza tra la condotta attiva integrante omicidio volontario e la diversa fattispecie dell’omicidio del consenziente (entrambe, peraltro, vietate anche dall’art. 17 del codice di deontologia medica 2014). Deve essere sottolineato che del tutto diversa dalle predette fattispecie è la doverosa astensione del medico dalle terapie, anche salvavita, consapevolmente rifiutate dal paziente in grado di autodeterminarsi. In quest’ultima ipotesi, infatti, viene solo rispettata l’espressa e libera volontà del malato di non curarsi.

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