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Articolo del 06/12/2021

Categoria: Giurisprudenza sanitaria

Responsabilitą del medico del 118


a cura di Sergio Fucci


La Corte di Appello in riforma della sentenza del Tribunale impugnata dal Pubblico Ministero, dichiara il dr. XY colpevole del reato ascritto di omicidio colposo e lo condanna alla pena ritenuta di giustizia in quanto, recatosi presso l'abitazione di un paziente che ne aveva richiesto l'intervento, nella qualità di medico operatore del 118 aveva operato con imprudenza, imperizia e negligenza perché, pure in presenza di sintomatologia che evocava una sofferenza cardiaca, non provvedeva al ricovero del paziente presso idonea struttura sanitaria malgrado la persistenza del dolore, omettendo altresì di verificare, mediante opportuna indagine, le condizioni pregresse e l'anamnesi familiare, risultata positiva per decessi causati da malattie cardiache, così provocando l'acuirsi della sofferenza cardiaca che si era aggravata nel corso della notte, con conseguente arresto cardiocircolatorio a seguito del quale si era verificato il decesso del paziente.


Il giudice d’appello, espletata solo una perizia diretta ad una ricognizione della disciplina che regola l’intervento del personale del 118, ritiene che le dichiarazioni accusatorie della moglie del paziente erano state ingiustamente disattese dal Tribunale e che non risulta correttamente documentato il rifiuto del ricovero da parte del diretto interessato, mentre giudica esistente il nesso di causalità tra la condotta negligente del medico (che si era limitato a prescrivere un ansiolitico) e il decesso in quanto un tempestivo ricovero del paziente, pure a fronte di elettrocardiogramma silente, avrebbe consentito di tenere sotto controllo i valori enzimatici del malato e di procedere immediatamente alle manovre rianimatorie e di sostegno della crisi coronarica acuta in atto.
L’imputato ricorre in cassazione sostenendo, tra l’altro, che non è corretta la rivalutazione delle contrastanti testimonianze acquisite in primo grado senza procedere ad una rinnovazione delle stesse in sede di appello, che il CTU in primo grado non aveva riconosciuta come doverosa la verbalizzazione del rifiuto del ricovero (circostanza centrale nel processo testimoniata dai collaboratori del medico presenti nell’abitazione del paziente), che non era sufficientemente provata la causa reale del decesso e che anche il nesso di causalità non aveva trovato un serio riscontro in termini di certezza processuale.
La Corte di Cassazione, quarta sezione penale, con la recente sentenza n. 43085/21 depositata il 24/11/21 annulla, sia per questioni processuali che per difetto di motivazione, la sentenza d’appello e rinvia per un nuovo giudizio ad altra Corte d’Appello.
La Suprema Corte, in particolare, osserva che erroneamente il giudice d’appello non aveva proceduto a rinnovare le prove testimoniali ritenute decisive dal Tribunale per assolvere l’imputato, ma le aveva valutato diversamente senza riascoltare doverosamente i testi.
La Cassazione, inoltre, afferma che la causa del decesso del paziente era stata individuata in modo inadeguato in una acuta sofferenza cardiaca (indagata dal CT del P.M. esclusivamente attraverso l’interpretazione della sintomatologia riferita dal paziente) e che comunque nella sentenza annullata non si era dato alcun conto in termini di alta probabilità logica o credibilità razionale della concreta capacità salvifica del ricovero del malato, fatto ritenuto ingiustamente omesso dal medico.






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