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Articolo del 06/12/2021

Categoria: Giurisprudenza sanitaria

ResponsabilitÓ penale del direttore sanitario di una struttura socio-assistenziale


a cura di Sergio Fucci


Una donna in età avanzata e affetta da demenza senile, con disturbi del comportamento e wandering, in data 20/10/2010 precipita da una finestra del secondo piano di una struttura socio-assistenziale ove era stata ricoverata il 17/10/2010, così decedendo.


Il sig. XX, legale rappresentante della società che gestiva la struttura, e il dr. KK, direttore sanitario della predetta struttura, vengono rinviati a giudizio per rispondere in concorso tra di loro del delitto di omicidio colposo.
Al primo imputato viene contestata l’omessa predisposizione di sistemi atti ad impedire l'apertura di porte e finestre o comunque a segnalare tale circostanza; al direttore sanitario viene altresì contestata l’omessa valutazione delle effettive condizioni psico-fisiche della donna all'ingresso nella struttura avvenuto tre giorni prima del tragico evento.
Gli imputati in primo grado vengono ritenuti colpevoli del reato di cui all’art. 589 c.p. loro ascritto e condannati alla pena ritenuta di giustizia, oltre al risarcimento danni in favore dei congiunti della paziente costituitisi parte civile.
La sentenza viene nella sostanza confermata in appello sia in punto responsabilità penale sia per quanto concerne la condanna al risarcimento dei danni.
Il giudice di secondo grado, infatti, respinge le due impugnazioni ritenendo fondati gli addebiti mossi agli imputati.
La Corte d’Appello, in particolare, come già affermato dal primo giudice, ritiene che, in virtù della posizione di garanzia rivestita, gravava sul sig. XX, legale rappresentante della struttura, l'obbligo di munire di inferriate le finestre dei piani superiori; inoltre, con riferimento alla posizione del dr. KK ritiene che, in qualità di direttore sanitario, in base ad una specifica delibera regionale del 30/03/2005 egli aveva il compito (non correttamente espletato) di verificare le condizioni dei pazienti all'ingresso della struttura, rifiutando eventualmente il ricovero qualora le loro condizioni di salute non fossero compatibili con la sistemazione disponibile in quel momento.
Gli imputati ricorrono in cassazione sostenendo, per quello che interessa in questa sede, che la sentenza d’appello è affetta da contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione, sottolineando, tra l’altro, che nessuna normativa prevede l'installazione di inferriate e che la deceduta - la cui condotta era stata imprevedibile, essendo riuscita nel giro di pochi minuti a slegarsi dalla sedia ove era stata contenuta, raggiungere la finestra di un'altra stanza, scavalcare il parapetto e cadere - non era una paziente psichiatrica e quindi non era necessario sottoporla ad una diversa e particolare valutazione all'ingresso.
La Corte di Cassazione, quarta sezione penale, con la recente sentenza n. 41120/2021, depositata il giorno 12/11/2021, annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il reato ascritto si è estinto per prescrizione, ma rigetta il ricorso degli imputati agli effetti civili, confermando così la condanna al risarcimento dei danni inflitta dal giudice d’appello.
La Suprema Corte, in via preliminare, osserva che, pur sussistendo i presupposti di legge di cui agli artt. 157 e 161 c.p. per dichiarare estinto per prescrizione il delitto di omicidio colposo, in base al disposto dell’art. 578 c.p. è tenuta a verificare l’esistenza del fatto-reato contestato agli imputati sia pure al solo fine di confermare o revocare le statuizioni civili di condanna emesse dai giudici di merito.
Aggiunge la Suprema Corte che giudici di merito, con motivazione adeguata, articolata e non manifestamente contraddittoria hanno descritto in modo chiaro i profili di colpa addebitabili agli odierni ricorrenti e le argomentazioni sul punto avanzate nei ricorsi non si confrontano adeguatamente con i contenuti della sentenza impugnata; che, in particolare, la regola cautelare violata è stata giustamente individuata nella disposizione secondo cui "si devono comunque garantire i requisiti di sicurezza e protezione dalle cadute verso l'esterno", garanzia che è stata concretamente individuata dai giudici di merito nella apposizione di inferriate alle finestre, la cui messa in opera avrebbe comportato il non verificarsi dell'evento pregiudizievole, che si è prodotto per un comportamento della donna ricoverata non imprevedibile alla luce delle patologie da cui la stessa era affetta e della relazione, di poco antecedente ai fatti, di un neurologo in cui si sottolinea come "il problema attuale più rilevante è la spiccata agitazione tale da rendere ingestibile la paziente"; che, d’altra parte, all'atto stesso della accettazione nella struttura erano state prescritte spondine al letto per pericolo di caduta e contenimento in poltrona.
Osserva, infine, la Cassazione che è stato accertato che il direttore sanitario non aveva correttamente esercitato i suoi poteri in quanto, come affermato nella sentenza impugnata, tra i suoi compiti vi era non solo quello di verificare le condizioni della paziente all'atto della sua accoglienza, ma anche quello di rifiutare il suo ricovero qualora le sue condizioni di salute non fossero compatibili con la sistemazione disponibile.

 






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