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Articolo del 10/11/2021

Categoria: Giurisprudenza sanitaria

Abuso d’ufficio commesso da un sanitario


a cura di Sergio Fucci


Una infermiera, incaricata di un pubblico servizio in quanto presta la propria opera in un ospedale, fa figurare falsamente come ricoverato nel nosocomio il proprio figlio in modo da farlo sottoporre ad esami ematici di laboratorio senza pagare il prescritto ticket e senza prenotazione, così scavalcando altri utenti e procurando intenzionalmente al proprio congiunto i correlati ingiusti vantaggi.


L’infermiera viene ritenuta responsabile del delitto di abuso d’ufficio (art. 323 c.p.) e condannata in primo grado alla pena ritenuta di giustizia, con sentenza confermata in appello.
L’imputata ricorre in cassazione sostenendo che la qualificazione giuridica del fatto non è corretta in quanto nella fattispecie è configurabile solo il diverso delitto di indebita percezione di erogazioni pubbliche (art. 316-ter c.p.), con la conseguenza che le condotte sarebbero penalmente irrilevanti avendo l'imputata conseguito vantaggi economici di importo inferiore al valore-soglia indicato da tale norma.
Sostiene ancora l’imputata che il suo comportamento non è punibile per la particolare tenuità del fatto ex art. 131-bis c.p..
L’infermiera, infine, chiede l’applicazione delle modifiche apportate all’art. 323 c.p. dall’art. 23, comma 1, D.L: n. 76/2020 (convertito dalla legge 120/2020) che ha ulteriormente delimitato l'ambito delle violazioni normative rilevanti ai fini dell'art. 323, cod. pen., restringendolo a quelle riguardanti le disposizioni «espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge» sostenendo che nel caso di specie la norma violata non è stata esplicitata nel capo di imputazione.
La Corte di Cassazione, sesta sezione penale, con la recente sentenza n. 34527/2021, depositata il giorno 16/09/2021, dichiara prescritto il reato di abuso d’ufficio per il quale la sanitaria è stata condannata, con conseguente annullamento senza rinvio della sentenza impugnata, ma conferma le statuizioni civili risarcitorie.
La Corte, in particolare, osserva che il primo motivo è inammissibile perché denuncia una violazione di legge non dedotta in grado d’appello; che, ancora, la causa di non punibilità è stata motivatamente esclusa dal giudice d’appello essendosi l’imputata resa responsabile di due episodi (anche se per uno era stata dichiarata la prescrizione), con valutazione non sindacabile in sede di legittimità perché non manifestamente irragionevole.
La Suprema Corte, inoltre, afferma che la condotta dell’imputata rientra tra quelle punibili anche ai sensi del nuovo disposto dell’art. 323 c.p. perché la norma violata è contenuta in un atto avente forza di legge, in quanto l’art. 1, comma 4, lett. d), d. Igs. 29 aprile 1998, n. 124, stabilisce che, «al fine di (...) assicurare il ricorso all'assistenza ospedaliera ogniqualvolta il trattamento in regime di ricovero ordinario risulti appropriato rispetto alle specifiche condizioni di salute, sono escluse dal sistema di partecipazione al costo e, quindi, erogate senza oneri a carico dell'assistito al momento della fruizione (...) i trattamenti erogati nel corso di ricovero ospedaliero in regime ordinario”.
La Cassazione, infine, specifica che è irrilevante il fatto che la norma suddetta non sia stata esplicitata nel capo di imputazione, dove è contenuto un più generico riferimento alla «legislazione nazionale sul servizio sanitario pubblico e sul pagamento del ticket», in quanto questa circostanza non incide sulla configurabilità e sussistenza del reato.






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