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Articolo del 19/03/2021

Categoria: Giurisprudenza sanitaria

Onere prova del nesso di causalità in sede civile


a cura di Sergio Fucci


Gli eredi di un paziente deceduto secondo loro tesi per una trombo-embolia massiva dell’arteria polmonare causata da una mancato approfondimento degli esami ematochimici e dal mancato monitoraggio delle condizioni del paziente che presentava un evidente rischio non trattato adeguatamente di trombo embolia in seguito ad un intervento chirurgico per una lesione al tendine e conseguente immobilizzazione, citano in giudizio i sanitari che si erano occupati della relativa assistenza e la competente ASL chiedendo il risarcimento dei danni subiti per loro colpa.

La domanda di risarcimento dei danni viene respinta in primo e in secondo grado in quanto i giudici ritengono che i medici avevano correttamente assistito il paziente e che non vi era la prova che un diverso comportamento avrebbe scongiurato il decesso.
Gli eredi ricorrono in cassazione sostenendo, tra l’altro, che erroneamente i giudici di merito avevano posto a loro carico non solo la prova di un comportamento inadempiente dei medici, ma anche quella relativa all’efficienza causale di questa condotta nella produzione del danno.
La Corte di Cassazione, con la recente sentenza n. 6248/2021, emessa dalla terza sezione civile, depositata il 05/03/2021, respinge il ricorso avanzato dai congiunti del paziente deceduto e conferma il rigetto della domanda di risarcimento danni.
La Suprema Corte, in particolare, afferma che i giudici di merito avevano correttamente deciso in punto prova del nesso di causalità in quanto compete alla parte danneggiata fornire la prova di questo nesso tra danno e condotta del sanitario in base al principio del “più probabile che non”.
Solo successivamente alla predetta positiva prova, compete ai medici e alla struttura dare la prova dell’esistenza di una causa imprevedibile e inevitabile che ha reso impossibile una esatta prestazione di cura così escludendo ogni loro responsabilità.


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