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Articolo del 30/07/2019

Categoria: Giurisprudenza sanitaria

Responsabilitą civile per omessa diagnosi di aneurisma cerebrale la cui rottura provoca un ematoma intracranico e decesso del paziente


a cura di Sergio Fucci


(nota a Corte di Cassazione, terza sezione civile, sentenza 30999.2018, dep. 30.11.18)
 


Un uomo ha uno svenimento in casa il 12/06/2001 e, su indicazione del medico curante, si rivolge al pronto soccorso di un ospedale dove viene visitato dal medico di turno (dr. A) che prescrive una visita cardiologia ed il controllo della pressione sanguigna. Il 18/06/2001, sempre su consiglio del medico curante, il paziente a causa di una persistente cefalea torna nel predetto ospedale dove viene visitato da altro medico (dr. B) che non prescrive particolari accertamenti diagnostici, ma solo l’assunzione di amitriptilina.

Il 02/07/2001 il malato viene colto da emiparesi sinistra e sottoposto presso il richiamato nosocomio ad un esame TC del cranio che rivela la presenza di un ematoma intracranico, conseguente alla rottura di un aneurisma. Il paziente viene, quindi, trasferito in altro ospedale e sottoposto ad un intervento di evacuazione dell’ematoma e di “clippaggio” dell’aneurisma per chiudere la lesione che lo aveva provocato, ma successivamente decede in data 28/08/2001 a causa delle conseguenze del pregresso ematoma.
La moglie e il figlio del malato citano in giudizio l’Asl del primo ospedale e i medici (dr. A e B) che, secondo la loro tesi, lo avevano assistito in modo negligente e imperito in quanto, se avessero tempestivamente eseguito i necessari approfondimenti diagnostici avrebbero individuato la presenza dell’aneurisma prima della sua “rottura maggiore” e proceduto con le salvifiche cure del caso.
Il giudice di primo grado rigetta la loro domanda di risarcimento danni con sentenza, confermata dalla Corte d’Appello che ritiene insussistenti i profili di colpa addebitati ai sanitari in quanto avevano visitato con zelo il paziente e non erano emersi sintomi specifici dell’esistenza dell’aneurisma la cui rottura ne aveva provocato il decesso.
Il giudice d’appello, inoltre, ritiene che se anche il malato fosse stato tempestivamente sottoposto all’intervento chirurgico a giugno anziché a luglio 2001 non avrebbe avuto maggiori probabilità di sopravvivenza di quante ne ebbe in concreto, escludendo quindi il nesso di causalità tra la condotta addebitata ai predetti sanitari e l’evento letale.
Ricorrono in cassazione gli eredi del paziente deceduto sostenendo, tra l’altro, che i giudici di merito avevano trascurato di esaminare un fatto decisivo e cioè che se il paziente fosse stato tempestivamente operato quando era presente solo l’aneurisma e non si era ancora formato l’ematoma intracranico (evento verificatosi il 02/07/2001) le probabilità di successo dell’intervento chirurgico sarebbero state diverse.
Deducono, in sostanza, i ricorrenti che se l’intervento fosse stato effettuato il 12/06/2001 non ci sarebbe stato il grosso ematoma da evacuare e di conseguenza il loro congiunto non avrebbe subito l’insulto neurologico che, invece, si verificò a causa della ritardata esecuzione dell’operazione realizzata solo a luglio 2001.
Sostengono, ancora, i ricorrenti che se è vero, come sostenuto dai giudici di merito, che il loro congiunto presentava sintomi aspecifici (che non deponevano chiaramente e univocamente per la presenza di un aneurisma cerebrale) proprio la loro ambiguità avrebbe dovuto indurre i sanitari a prescrivere più approfonditi accertamenti come indicato dalle linee guida per la diagnosi differenziale dell’aneurisma cerebrale. Aggiungono, infine, i ricorrenti (per quel che interessa in questa sede) che in ogni caso gli approfondimenti diagnostici erano dovuti nel caso di specie perché non vi erano elementi tali da escludere con certezza la presenza del pericoloso aneurisma.
 
La sentenza della Corte di Cassazione e i principi di diritto ivi affermati 
 
La Suprema Corte accoglie i motivi di ricorso sopra riassunti e cassa la sentenza impugnata per omesso esame di un fatto decisivo in relazione all’erroneo accertamento dell’inesistenza del nesso di causalità tra la condotta incriminata e l’evento mortale e per violazione di legge con riferimento all’esclusione della sussistenza di una condotta colposa nell’assistenza prestata al paziente dai due sanitari che avevano operato all’interno dell’Asl evocata in giudizio insieme a loro.
La Cassazione osserva, in linea generale, che si può affermare che le possibilità di successo di un determinato intervento sul medesimo paziente non mutano se eseguito solo dopo due settimane se si assume che le condizioni di questo malato sono rimaste stazionarie nel frattempo. Nel caso di specie, invece, le condizioni del paziente sono mutate in quanto a giugno 2001 l’aneurisma non si era ancora rotto (o almeno non è stato accertato che questo evento si era verificato in quel momento), mentre a luglio 2001 si era formato l’ematoma in seguito appunto alla rottura dell’aneurisma.
Secondo la Suprema Corte, “la logica deduttiva induce dunque a concludere che se l’intervento fosse stato eseguito immediatamente, non vi sarebbe stata l’emorragia” che fu “la causa del danno cerebrale e della morte”. Ne consegue che il giudice d’appello ha erroneamente escluso l’esistenza del nesso di causalità tra la condotta contestata ai due medici e il decesso del paziente. La Cassazione, inoltre, afferma che ingiustamente i giudici di merito avevano ritenuto insussistente ogni profilo di colpa a carico dei due sanitari che avevano assistito il malato nei due accessi in ospedale rilevando che i sintomi presentati dal paziente non deponevano “chiaramente” per l’esistenza dell’aneurisma in quanto nel caso di specie deve trovare applicazione il disposto del secondo comma dell’art. 1176 del codice civile che stabilisce che “nell’adempimento delle obbligazioni inerenti all’esercizio di un’attività professionale, la diligenza deve valutarsi con riguardo alla natura dell’attività esercitata”. Dato che non è diligente chi viola norme giuridiche o di comune prudenza e che secondo la giurisprudenza della Cassazione il medico deve essere “bravo” nella sua attività, questo professionista in presenza di sintomi aspecifici o di difficile interpretazione non può limitarsi a prendere atto della situazione sospendendo il giudizio, ma deve “formulare una serie di alternative diagnostiche verificandone poi una per una la correttezza oppure almeno segnalare al paziente, nelle dovute forme richieste dall’equilibrio psicologico di quest’ultimo, tutti i possibili significati della sintomatologia rilevata”. In sostanza secondo la Suprema Corte è in colpa per negligenza i medico che, di fronte al persistere di sintomi o indici diagnostici dei quali non è agevole l’eziogenesi, non solo non compia ogni sforzo per risalire, anche procedendo per tentativi, alla causa reale del sintomo, ma per di più taccia al paziente il significato di esso. Di conseguenza ingiustamente la Corte d’Appello ha ritenuto che i due sanitari non erano in colpa pur avendo scartato a priori l’ipotesi della presenza dell’aneurisma senza espletare quanto di competenza per cercare di individuare con accertamenti specialistici questa patologia.
Il principio di diritto al quale deve attenersi la Corte d’Appello che, in diversa composizione, dovrà riesaminare il caso quale giudice davanti al quale deve essere riassunta la causa in sede di rinvio da parte della Cassazione è che “tiene una condotta colposa il medico che, dinanzi a sintomi aspecifici, non prenda scrupolosamente in considerazione tutti i possibili significati, ma senza alcun approfondimento si limiti a far propria una sola tra le molteplici e non implausibili diagnosi”.



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