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Articolo del 29/09/2018

Categoria: Giurisprudenza sanitaria

Responsabilitą civile della struttura sanitaria per omessa tempestiva comunicazione di esito di un esame clinico con dati che evidenziano un imminente rischio quoad vitam per il paziente


a cura di Sergio Fucci


Un paziente, già sofferente per varie patologie, si reca presso un presidio di una azienda sanitaria per effettuare analisi cliniche il cui esito evidenzia un allarmante livello del valore del potassio.
L’esito di questo esame non viene comunicato immediatamente al medico curante, né al paziente nonostante il fatto che i valori del potassio evidenziassero un imminente pericolo di vita. Il malato decede dopo tre giorni dall’esito dei suddetti esami per arresto cardiaco dovuto ad iperpotassemia.


La moglie e i figli del paziente convengono, quindi, in giudizio l’azienda sanitaria chiedendo di essere risarciti per il danno patito, in tesi, per una condotta colpevolmente omissiva della struttura consistita nel non avere subito comunicato al medico curante l’esito di queste esami. La domanda degli eredi viene respinta dal Tribunale in quanto viene ritenuto insussistente l’obbligo di comunicazione urgente dell’esito degli esami perché nessuna norma impone alla struttura di tenere questo comportamento.
La sentenza del giudice di primo grado viene confermata in sede di appello e, pertanto, la parte attrice ricorre in cassazione sostenendo che la sentenza non è conforme alle norme che regolano il rapporto azienda sanitaria-paziente.
I ricorrenti, in particolare, censurano la decisione impugnata per avere violato le norme del codice civile (artt. 1218, 1228, 1171 e 2236 c.c.) che stabiliscono i doveri con i quali deve essere adempiuta l’obbligazione di cura, i principi stabiliti dalla giurisprudenza in tema di responsabilità sanitaria e anche le norme della Costituzione che riguardano il diritto alla salute e la tutela dei diritti fondamentali della persona nonchè il dovere di solidarietà.
 
L’esito del giudizio in cassazione e principi affermati dalla Suprema Corte
 
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 1251/2018 oggetto di questo commento, annulla la sentenza impugnata perché errata in punto di diritto, rinviando quindi la causa al giudice civile competente in grado d’appello al quale viene demandato l’esame approfondito del caso, da
effettuare in base ai principi stabiliti dalla Suprema Corte.
I giudici della Cassazione osservano, in via preliminare, che contrariamente a quanto ritenuto dal giudice d’appello, è irrilevante la circostanza che il paziente si era rivolto all’ospedale per essere sottoposto ad esami clinici e non per essere ivi ricoverato, in quanto nella fattispecie si è comunque concluso tra la struttura e l’interessato un contratto (cosiddetto di “spedalità”) che comporta a carico dell’Asl specifici doveri nel prestare assistenza al richiedente. In sostanza anche in questo caso sussiste a carico dell’ospedale un obbligo di fornire la prestazione richiesta e anche un dovere di protezione nei confronti del paziente.
Da questa premessa consegue che, al di là e a prescindere da qualsivoglia disposizione normativa in materia (correttamente ritenuta inesistente dal giudice d’appello), rientra nel dovere accessorio di protezione della salute del paziente anche quello di attivarsi tempestivamente e, quindi, immediatamente in presenza di una evidente situazione di pericolo per la vita della persona che si è rivolta, da esterno, all’ospedale per l’effettuazione di esami clinici utili ad accertare le sue condizioni.
La Suprema Corte specifica che, come osservato anche dal giudice d’appello, non è sostenibile in linea generale che sussista un indifferenziato obbligo di attivazione in presenza di qualsivoglia alterazione dei dati clinici che emerga dalle analisi compiute presso una struttura sanitaria.
Questo principio, peraltro, non può essere applicato qualora dalle analisi cliniche emerga una alterazione di tale entità, gravità ed evidenza da indicare che sussiste un pericolo per la vita stessa del paziente.
In quest’ultima situazione, invero, deve ritenersi doverosa una tempestiva segnalazione al medico curante ovvero allo stesso paziente in modo da consentire loro di attivarsi a tutela del diritto alla salute che corre un serio pericolo.
Se infatti la suddetta segnalazione appare, sul piano probabilistico, idonea a scongiurare l’evento letale conseguente allo stato di pericolo, reso evidente dai dati clinici emergenti dagli esami effettuati, perché presumibilmente (secondo l’id quod plerunque accidit) il medico curante ovvero lo stesso paziente si attiveranno per procedere agli interventi terapeutici utili e necessari ad evitare che accada l’irreparabile, deve ritenersi che sussiste un inadempimento colpevole a carico della struttura che con la sua omissione (che integra un comportamento non conforme alla diligenza esigibile con riferimento alla specifica attività svolta) ha concorso a cagionare l’exitus, come nella fattispecie.
La Suprema Corte, inoltre, ha sottolineato che la consulenza tecnica d’ufficio (CTU) espletata nel corso del giudizio di merito ha evidenziato che il valore della potassemia emerso dalle analisi (7.3 mEq/I) indicava in modo non equivoco un pericolo di vita per il paziente con conseguente insorgere del dovere di dare immediata comunicazione ai medici curanti dell’esistenza di questo rischio, poi purtroppo verificatosi.
Dovere, quindi, che sussiste indipendentemente da qualsiasi specifica indicazione normativa o amministrativa rientrando nell’ambito del più generale dovere di protezione della salute del soggetto che si è rivolto alla struttura proprio per avere i dati necessari per attivare le cure utili a prevenire danni alla sua persona.
Il processo civile continuerà dunque davanti al nuovo giudice d’appello presumibilmente per la liquidazione del danno conseguente all’inadempimento colpevole della struttura ai suoi doveri di protezione del paziente.
La sentenza in oggetto contiene principi che appaiono condivisibili perchè ritiene sussistente il dovere della struttura (e dei suoi dipendenti e collaboratori) di attivarsi prontamente per informare il paziente e/o i suoi curanti solo in casi estremi, cioè in presenza di un grave e concreto rischio per la salute del malato che emerga da un accertamento clinico effettuato presso i propri presidi.
In seguito a questa decisione i responsabili del risk managment dovranno probabilmente emanare delle direttive interne finalizzate ad affrontare questo specifico rischio che, con qualche accortezza di carattere organizzativo, può essere prevenuto in modo da evitare che si concretizzi.
La legge, invero, non può indicare come doverosi tutti i comportamenti che rientrano nella diligenza qualificata propria delle strutture sanitarie e dei suoi collaboratori. Ecco perché appare utile una mappatura dei rischi con l’indicazione delle più utili modalità per gestirli in modo appropriato.
Lo stesso legislatore, con la recente legge n. 24/2017 (cosiddetta legge Gelli), ha posto la questione della sicurezza del paziente al centro dell’attività di diagnosi e di cura laddove all’art. 1 afferma in modo chiaro che “la sicurezza delle cure è parte costitutiva del diritto alla salute ed è perseguita nell’interesse dell’individuo e della collettività” con il concorso di tutti gli operatori che devono attivarsi per evitare danni ingiusti a chi richiede assistenza anche attraverso l’effettuazione di semplici analisi cliniche.
Essere responsabili della sicurezza delle cure è un compito che non può essere vissuto in modo burocratico, ma cercando di essere sempre presenti e consapevoli della peculiarità di una attività che, se non svolta in modo appropriato e diligente, può incidere negativamente sugli assistiti.


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