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Articolo del 27/07/2018

Categoria: Giurisprudenza sanitaria

L’omessa acquisizione del consenso informato del paziente prima di un intervento può essere il sintomo di un atteggiamento frettoloso del medico


a cura di Sergio Fucci


(nota a Corte di Cassazione, quarta sezione penale, sentenza n. 2354/2018, dep. 19/01/2018)



Il punto di partenza per valutare la rilevanza in sede penale dell’omessa acquisizione del consapevole consenso all’intervento terapeutico programmato è costituito dalla sentenza n. 2437/2009 delle Sezioni Unite della Cassazione Penale che ha affermato che, se l’operazione è stata eseguita in conformità delle leggi dell’arte e con esito fausto (nel senso che ne è derivato un miglioramento delle condizioni di salute complessive del paziente) la condotta del chirurgo
non assume rilevanza penale sia sotto il profilo delle lesioni personali (art. 582 c.p.) sia per quanto concerne il reato di violenza privata (art. 610 c.p.), sempre che non vi sia stata una precedente manifestazione di rifiuto dell’intervento stesso da parte del malato.
Quanto precede, peraltro, non esaurisce la tematica perché l’eventuale mancato consenso ovvero il consenso acquisito in modo non corretto dal paziente può rilevare in sede penale, in ipotesi di esito infausto o comunque dannoso dell’intervento, come sintomo di un comportamento colposo del medico.
Se è vero, infatti, che il giudizio sulla colpa professionale non è strettamente dipendente dall’acquisizione del consenso consapevole del paziente perché l’obbligo di acquisire il consenso informato è finalizzato a tutelare il diritto di scelta dell’interessato rispetto alla sua salute e, quindi, non integra una regolare cautelare diretta ad evitare un danno prevedibile e evitabile al malato, è altrettanto vero che può accadere che la mancata sollecitazione del consenso informato
può determinare l’impossibilità per il sanitario di conoscere le reali condizioni del paziente e di compiere una anamnesi completa.
 
Se, quindi, per la mancata instaurazione di una corretta relazione con il malato, il medico non acquisisce la conoscenza dell’esistenza di una allergia ovvero di altre specifiche situazioni rilevanti sul piano clinico (che, invece avrebbe ottenuto se avesse correttamente informato il paziente per avere il suo consapevole consenso all’intervento), il mancato consenso rileva non direttamente, ma come riflesso del superficiale approccio tenuto dal sanitario che con il suo comportamento
non ha avuto tutte le notizie necessarie per un giusto approccio terapeutico.
Ciò in quanto, come affermato dalla Suprema Corte nella precedente sentenza n. 10795/2007, il medico ha l’obbligo di acquisire (dal paziente ovvero, se non è possibile, da altre fonti affidabili) tutte le informazioni necessarie al fine di garantire la correttezza del trattamento da praticare.
 
Non è, pertanto, censurabile la sentenza d’appello che ritiene essere in colpa il chirurgo che, omettendo di seguire una corretta procedura diretta ad acquisire il consenso informato del
paziente, viene meno anche al dovere di prospettare all’interessato una alternativa all’intervento rischioso effettuato, così cagionando un danno con un approccio interventistico superficiale e anche inutilmente rischioso.
 
I principi di diritto, che conseguono alle interessanti considerazioni sopra riportate, sono stati affermati dalla Corte di Cassazione, nella sentenza n. 2354/2018 oggetto di questo commento, con la quale è stato ritenuto in colpa il ricorrente chirurgo per non avere correttamente monitorato le condizioni critiche del paziente dovute a patologie direttamente riconducibili alla scelta di operare (invece di seguire il citato comportamento alternativo meno rischioso) e anche per avere
ritardato un secondo intervento da eseguire con urgenza essendo il paziente in fin di vita, ma nel contempo è stata annullata la sentenza impugnata per difetto di adeguata motivazione in punto nesso di causalità tra la condotta censurata e l’evento mortale accaduto.
 
L’altro principio di diritto affermato dalla Suprema Corte in questa sentenza
 
La Suprema Corte, esaminando la questione dell’eventuale corresponsabilità di un altro medico (radiologo, intervenuto nell’ambito delle cure prestate allo stesso malato) nella determinazione del decesso del paziente ha affermato un altro interessante principio di diritto che riguarda
l’accertamento della penale responsabilità quando nel corso del complessivo trattamento sanitario con esito infausto intervengono più medici attraverso atti successivi e, quindi, si lavora in équipe in forma diacronica.
In questa fattispecie occorre verificare quale incidenza ha avuto sull’effetto lesivo la condotta di ciascuno dei professionisti, non sussistendo in campo penale una responsabilità oggettiva o di gruppo.
La Corte di Cassazione osserva, in particolare, che in questo caso vige il principio dell’affidamento che trova applicazione in ogni situazione in cui una pluralità di soggetti si trovi ad operare a tutela del medesimo bene giuridico (la salute di un paziente) sulla base di precisi doveri suddivisi tra di loro.
Perché ciascuno possa concentrarsi sui compiti a lui affidati eseguendoli in modo puntuale, infatti, occorre potere confidare sul fatto che anche gli altri professionisti si comportino correttamente nell’esecuzione di quanto di loro competenza e, quindi, della eventuale singola condotta colposa risponderà soltanto chi l'ha posta in essere.
In sostanza, il principio di affidamento si pone come limite all’obbligo di diligenza che grava a carico di ciascuno dei medici che partecipano, contestualmente ovvero successivamente, all’intervento terapeutico e che perciò sono titolari di una propria specifica posizione di garanzia.
 
Ciò non significa, peraltro, che la mera applicazione del principio di affidamento consenta a ciascuno dei medici di disinteressarsi completamente dell’operato altrui, in quanto occorre pur sempre evitare i rischi conseguenti a possibili difetti di coordinamento.
Di regola, peraltro, il riconoscimento di responsabilità per un errore altrui non può assolutamente prescindere dall’attenta disamina del ruolo effettivamente svolto da ciascun medico nell’occasione. La Suprema Corte, dopo avere affermato questo principio di diritto, ha respinto il ricorso avanzato dalla parte civile nei confronti dell’assoluzione del citato radiologo operata dal giudice d’appello che, sulla base della nuova perizia espletata, ha giudicato conforme alle leggi dell’arte
medica e, quindi, esente da responsabilità, il comportamento del predetto professionista che, in qualità di consulente esterno della clinica ove era ricoverato il malato, era stato chiamato a consulto in occasione del secondo ricovero e aveva indicato di procedere ad un drenaggio di una raccolta del liquido formatosi e aveva consigliato di ricorrere per questa manovra all’opera di un altro professionista (radiologo interventista) anche egli assolto in appello.
 
In sostanza la contestazione della parte civile non tiene conto dell’esito di questa perizia dibattimentale che ha escluso ogni incidenza del comportamento del radiologo sull’esito infausto del complessivo trattamento terapeutico effettuato sul malato e, quindi, giustamente i giudici d’appello hanno emesso una sentenza di assoluzione nei suoi confronti pur in presenza di una causa di estinzione del reato per prescrizione.
 
Nel caso di specie, proprio la presenza di una azione civile per danni, ha imposto ai giudici di appello, in presenza di una prova apparentemente contraddittoria o insufficiente a carico di questo professionista, di esaminare approfonditamente il caso alla luce del materiale probatorio versato in atti al fine di verificare la sussistenza o meno della responsabilità del radiologo ingiustamente accusato.






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