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Articolo del 27/07/2018

Categoria: Giurisprudenza sanitaria

Omissione di atti d’ufficio in pronto soccorso


a cura di Sergio Fucci


Una donna viene trasportata in pronto soccorso in codice rosso per una patologia cardiologica e severa dispnea, ma il medico di turno rifiutava l’accettazione della paziente, asserendo che la radiodiagnostica non funzionava.

Il sanitario viene tratto a giudizio per rispondere del delitto previsto e punito dall’art. 328 c.p. e condannato sia in primo che in secondo grado alla pena di giustizia.



I giudici d merito ritengono, infatti, che il medico aveva omesso di mettere in atto il protocollo diagnostico-terapeutico (valutazione delle condizioni dell’apparato cardiocircolatorio, valutazione dei parametri vitali, approfondimenti strumentali) previsto per l’approccio ai pazienti in dispnea.

Il sanitario ricorre quindi in cassazione sostenendo che la direzione sanitaria aveva disposto di dirottare altrove i pazienti perché il perdurante guasto del servizio di radiologia avrebbe reso impossibile l’assistenza ai pazienti più gravi.

La Corte di Cassazione, sesta sezione penale, con la recentissima sentenza n. 24163/2018, depositata il giorno 29/05/2018, dichiara inammissibile il ricorso del medico perché basato in sostanza su profili fattuali della vicenda, con condanna alle spese processuali.

La Suprema Corte, peraltro, sottolinea che la paziente era arrivata in pronto soccorso alle ore 15,20 e il servizio di radiologia, dopo una breve interruzione programmata, avrebbe ripreso a funzionare alle ore 15,30.

La Cassazione, inoltre, sottolinea che il rifiuto di prestare soccorso alla paziente in codice rosso è ingiustificato in quanto una serie di accertamenti diagnostici potevano comunque essere espletati a prescindere dal funzionamento effettivo del servizio di radiologia.



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