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Articolo del 27/06/2018

Categoria: Giurisprudenza sanitaria

Analisi di un caso di presunta responsabilità penale del medico di guardia per omesso tempestivo intervento


a cura di Sergio Fucci


Ad un medico di guardia nel reparto di ginecologia e ostetricia di un ospedale viene contestato di avere cagionato la morte di un feto per colpa (negligenza, imprudenza e imperizia) consistita nel non essere intervenuto tempestivamente con un taglio cesareo pur essendo stato avvisato dall’ostetrica delle decelerazioni del battito cardiaco fetale registrate, insorte durante il travaglio della donna ivi ricoverata.



La tesi dell’accusa, in sostanza, è quella di non avere tenuto in debito conto le sopra indicate decelerazioni cardiache, doverosamente segnalate dall’ostetrica, e di avere tenuto ingiustamente una condotta attendista pur in presenza di plurimi segnali di allarme.

Il medico viene assolto dal reato contestato all’esito del dibattimento di primo grado perché il giudice, pur ritenendo sussistente una condotta colposa tenuta dall’imputato e concretamente esigibile la cesarizzazione della donna, giudica non provata la rilevanza causale dell’omissione del parto cesareo in quanto i periti avevano attribuito la morte del feto ad una prolungata ipossia tessutale ovvero ad una emorragia con conseguente grave anemia, peraltro di incerta collocazione temporale.

La situazione di incertezza causale, purtroppo, non era emendabile perché gli accertamenti effettuati erano insufficienti e non erano stati conservati i reperti (placenta e funicolo) prelevati.

La sentenza di primo grado viene ribaltata in appello in quanto i giudici, senza rinnovare l’istruttoria, osservano che l’emorragia si è verificata molto tempo dopo le decelerazioni cardiache, nella fase avanzata del travaglio, mentre è stata registrata una attività cardiaca del feto fino a pochi minuti prima dell’espulsione e, pertanto, ritengono che un tempestivo taglio cesareo avrebbe evitato l’evento letale.

La Corte di Cassazione, quarta sezione penale, con la recente sentenza n. 11586/2018, depositata il 14/03/2018, accoglie il ricorso dell’imputato, annulla la sentenza impugnata e rinvia per un nuovo esame al giudice d’appello.

La Suprema Corte, in estrema sintesi, osserva che nel caso di specie sussiste un difetto di motivazione in punto sussistenza del nesso di causalità che impone l’approfondimento da parte dei giudici di merito di alcuni aspetti fattuali inerenti questa centrale questione, occorrendo verificare se il feto potesse essere salvato nel momento in cui il medico fu avvisato delle criticità emergenti nel travaglio, qualora il sanitario fosse tempestivamente intervenuto con il taglio cesareo la cui colposa omissione è stata contestata.

Aggiunge, inoltre, la Suprema Corte che una sentenza assolutoria di primo grado non può essere legittimamente riformata sulla base di un diverso apprezzamento della prova dichiarativa fornita dai periti in sede di esame e controesame, senza procedere ad una rinnovazione dibattimentale dell’istruttoria.



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