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Articolo del 03/04/2018

Categoria: Giurisprudenza sanitaria

Nozione ed entità del danno da perdita di chances


a cura di Sergio Fucci


Un paziente cita in giudizio il proprio medico curante chiedendo che venga accertata la sua responsabilità professionale per non avere diagnosticato e curato un processo morboso esitato in insufficienza renale cronica, con conseguente domanda di condanna del predetto sanitario al risarcimento dei danni conseguiti.


 



L’imputato ricorre in cassazione sostenendo in sostanza che era stato il paziente a scegliere di sua iniziativa di non seguire le cure tradizionali e di rifiutare l’intervento chirurgico e che, comunque, nel caso di specie le terapie tradizionali assicurano una sopravvivenza di non più di due anni e sei mesi, mentre il paziente con il sostegno della medicina ayurvedica aveva vissuto circa due anni e otto mesi.

La Corte di Cassazione, quarta sezione penale, con la recentissima sentenza n. 7659/2018, depositata il giorno 16/02/2018, dopo avere affermato la sussistenza di una condotta colposa nel comportamento del medico che aveva indotto il paziente a non seguire le cure tradizionali, annulla la sentenza d’appello impugnata per difetto di motivazione in relazione al nesso causale tra la condotta incriminata e l’evento mortale, rinviando quindi per un più approfondito esame di questa questione (rilevante anche per la responsabilità civile da reato) al giudice civile in grado d’appello.

La Cassazione, in particolare, osserva che, secondo quanto correttamente accertato dai giudici di merito, il paziente era orientato ad operarsi prima di incontrare il medico imputato e che poi cambiò idea perché il sanitario gli prospettò la curabilità del tumore con i prodotti ayurvedici senza informarlo in modo chiaro ed esplicito che queste cure non lo avrebbero portato alla guarigione ovvero non gli avrebbero assicurato una sopravvivenza maggiore o una sintomatologia meno dolorosa di quella ottenibile con le cure tradizionali.

La Suprema Corte, però, rileva un difetto di motivazione sul nesso causale non avendo il giudice d’appello adeguatamente valutato questo profilo rilevante per accertare se il medico è tenuto o meno a risarcire il danno che la parte lesa deduce essere conseguente al suo colposo comportamento che ha provocato il decesso.

La Cassazione sottolinea che è “causa” di un decesso quella condotta antecedente senza la quale questo evento non si sarebbe verificato, perché se l’evento si sarebbe comunque verificato viene a mancare il nesso causale tra il comportamento incriminato e il decesso in questione.

La Suprema Corte, infine, ricorda che per accertare la sussistenza o meno del nesso causale è necessario prima accertare tutti gli elementi rilevanti in ordine alla reale “causa” del decesso e poi verificare se questo evento non si sarebbe realizzato (ovvero sarebbe accaduto ma in epoca significativamente posteriore o con minore intensità lesiva) qualora il medico avesse tenuto la condotta doverosa ingiustamente omessa.



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