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Articolo del 28/02/2018

Categoria: Giurisprudenza sanitaria

Responsabilità penale per avere proseguito l’attività operatoria ordinaria nonostante la presenza di conclamati casi di contagio da infezione nosocomiale


a cura di Sergio Fucci


Due medici, il direttore e il coordinatore di un dipartimento universitario vengono condannati in primo e in secondo grado per il reato di cui agli artt. 113 e 589 c.p. per avere causato la morte di tre pazienti che ivi ricoverati e sottoposti ad interventi non urgenti quod vitam erano stati contagiati da una infezione nosocomiale da pseudomonas aeruginosa che ne aveva determinato il decesso.



Ricorre in cassazione solo il direttore del dipartimento che sostiene l’erroneo accertamento del nesso causale tra la sua condotta e l’evento, essendosi sviluppato all’esterno del dipartimento l’infezione.

La Corte di Cassazione, quarta sezione penale, con la recentissima sentenza n. 1230/2018, depositata il giorno 12/01/2018, dopo avere preso atto della rinunzia alla prescrizione da parte dell’imputato, rigetta il ricorso del medico rilevando che questi si era soffermato solo su un aspetto della complessa vicenda (quello relativo alla causa dell’infezione) senza tenere conto che i giudici di merito avevano già riconosciuto l’impossibilità di tracciare i percorsi della contaminazione batterica ed avevano affermato la sua responsabilità sulla base di altri presupposti giuridici.

La Corte d’Appello, infatti, aveva affermato la responsabilità del ricorrente per la sua condotta, ritenuta gravemente imprudente, consistita nell’avere protratto le attività operatorie nonostante l’irrompere dell’infezione nel reparto, senza procedere alla sua chiusura che costituisce l’unico strumento veramente efficace per evitare la diffusione del contagio.

I giudici d’appello avevano, inoltre sottolineato che, nonostante fosse intervenuta una diffida del direttore del servizio di igiene ad utilizzare quel blocco operatorio, salvo per gli interventi quod vitam erano stati ivi operati alcuni pazienti poi deceduti per interventi di non immediata urgenza.

In sostanza l’accusa, ritenuta fondata perché adeguatamente motivata, era stata quella relativa all’omessa tempestiva attivazione di ogni misura idonea ad evitare il diffondersi del contagio, in presenza di conclamati precedenti casi di contagio e di condizioni generali di inadeguatezza del blocco operatorio alla somministrazione di prestazioni sanitarie.



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