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Articolo del 05/11/2017

Categoria: Giurisprudenza sanitaria

La designazione di una persona come amministratore di sostegno.


a cura di Sergio Fucci


La designazione di una persona come amministratore di sostegno, effettuata in base all’art. 408 del codice civile che prevede che “l’amministratore di sostegno può essere designato dallo stesso interessato in previsione della propria futura incapacità”, non ha la mera funzione di comunicare la scelta del soggetto che, qualora se ne presenti la necessità, deve essere nominato dal giudice tutelare quale amministratore, salva l’esistenza di “gravi motivi” ostativi al riguardo.



Questa designazione anticipata, infatti, può avere anche la finalità di indicare, quando ancora si è ancora nella pienezza delle proprie facoltà cognitive e volitive, le direttive sulle decisioni sanitarie o terapeutiche che si desidera vengano attuate da chi verrà chiamato a ricoprire l’incarico di amministratore di sostegno nel momento in cui il designante non sarà più in grado di decidere perché divenuto incapace.

In sostanza l’art. 408 del codice civile è una norma che ribadisce il principio di autodeterminazione personale e, quindi, in tale ottica mira a valorizzare il rapporto di fiducia tra designante e designato, con la conseguenza che quest’ultimo sarà tenuto a seguire le intenzioni espresse dal primo soggetto circa gli interventi non solo di natura patrimoniale, ma anche personale che si dovessero rendere necessari se si verifica la condizione di incapacità.

Questi principi sono stati affermati dalla Corte di Cassazione, prima sezione civile, nella recente sentenza n. 14158/17, depositata il 07/06/17, con la quale è stato riconosciuto sul piano procedurale il diritto di impugnare il provvedimento del giudice tutelare di rigetto della richiesta di un amministratore di far valere le direttive ricevute da un soggetto prima di divenire incapace per un grave infortunio sul lavoro, con particolare riferimento alle terapie e ai trattamenti da accettare o rifiutare in virtù della propria fede religiosa di testimone di Geova.

La Suprema Corte ha sottolineato anche che la normale volontarietà delle cure è sancita dall’art. 32 della Costituzione, in coerenza con i principi fondamentali d’identità e libertà della persona umana di cui agli artt. 2 e 32 della nostra Costituzione, e che ciò assume connotati ancora più forti, degni di tutela e di garanzia, laddove la scelta o il rifiuto del trattamento sanitario sia connesso all’espressione di una fede religiosa il cui libero esercizio è sancito dall’art. 19 della Costituzione.



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