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Articolo del 05/10/2017

Categoria: Giurisprudenza sanitaria

La valutazione della prova scientifica nel processo penale


a cura di Sergio Fucci


Un paziente, lamentando un forte dolore all’altezza dello sterno, nel pomeriggio del 04/11/2006 si reca, accompagnato dalla moglie, presso il pronto soccorso di un ospedale e, alle ore 18,15, viene preso in carico dal medico di turno che, appreso che il dolore toracico era presente da qualche giorno, lo sottopone a ECG che dà esito negativo.

Il sanitario, quindi, dimette il paziente alle ore 18,30 circa, consigliando riposo e più approfonditi esami ematochimici, con invio al medico curante.

Tornato a casa, alle ore 19,20 il paziente lamenta un dolore secco, come una morsa al cuore; interviene prima il medico curante e poi, essendosi aggravate le sue condizioni, i medici del 118 che accertano un arresto cardiaco, praticano manovre rianimatorie e trasportano il malato in un altro ospedale dove, peraltro, giunge cadavere.

 



A distanza di cinque anni dal fatto viene eseguita una autopsia da un anatomopatologo C.T. del P.M. che accerta che il paziente era deceduto per insufficienza cardiocircolatoria da danno ischemico cardiaco su basi coronarosclerotiche.

Il medico del pronto soccorso viene tratto a giudizio per rispondere del delitto di omicidio colposo, assolto in primo grado e, su impugnazione della sola parte civile, condannato, invece, in appello, al risarcimento dei danni sulla base delle stesse risultanze probatorie (essenzialmente le dichiarazioni dei vari consulenti tecnici di parte) già esaminate e valutate diversamente dal Tribunale.

Il giudice di primo grado, in presenza di valutazioni difformi formulate dai predetti consulenti fondate anche sulle pessime condizioni del cadavere al momento della riesumazione, tali da rendere difficile ogni attendibile riscontro diagnostico, ha ritenuto di assolvere l’imputato, mentre invece il giudice d’appello, sulla base di una diversa lettura dei soli verbali d’udienza, è giunto a conclusioni opposte senza procedere a riascoltare in dibattimento gli esperti.

L’imputato, pertanto, ricorre in cassazione, sostenendo che la sentenza d’appello ha violato i diritti della difesa ed è affetta da una motivazione viziata per illogicità e travisamento delle prove in ordine alla sua colpevolezza e al nesso causale.

La Corte di Cassazione, sezione quarta penale, con la recente sentenza n. 27303/2017, depositata il 31/05/17, accoglie il ricorso dell’imputato e annulla la sentenza d’appello perché affetta da errori di diritto rinviando le parti per il proseguo del giudizio davanti al competente giudice civile in grado d’appello.

La Suprema Corte, in particolare, afferma che il giudice di appello non poteva, senza rinnovare l’istruttoria dibattimentale, riformare la sentenza di primo grado, sia pure ai soli effetti civili.

La Cassazione, inoltre, osserva che il giudice d’appello, trascurando l‘esame delle osservazioni dei consulenti della difesa, ha aderito acriticamente alle conclusioni del consulente tecnico del P.M, senza peraltro indicare le fonti scientifiche a sostegno di questas adesione. Così facendo ha violato la fondamentale regola di giudizio secondo la quale la decisione non può essere fondata sull’opinione personale dell’esperto, ma su valutazioni mutuate dalle consolidate acquisizioni della scienza medica.

In definitiva il dato scientifico che il consulente immette nel processo non deve essere frutto di una sua personale opinione, ma deve essere quello che riporta come acquisizione della migliore scienza medica nello specifico settore.



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