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Articolo del 05/10/2017

Categoria: Giurisprudenza sanitaria

La responsabilità penale è personale e l’onere di vigilanza sull’altrui operato non può essere generalizzato


a cura di Sergio Fucci


Durante un intervento di colecistectomia per via laparoscopica (mediante uso di trocar e di ago Veress) avviene una lesione dell’aorta che non viene ben suturata dal primario, primo operatore, che non si accorge che oltre ad una lesione nella parete anteriore vi era un'altra lesione nella zona posteriore.

Interviene, quindi, uno shock emorragico irreversibile che cagiona la morte del paziente.

 



Mentre il primario chiude la propria posizione penale mediante il cosiddetto “patteggiamento”, il suo collaboratore (dr. ZZ) che aveva partecipato all’intervento con compiti materiali (tenere il divaricatore e l’aspiratore per consentire al primo operatore di ispezionare l’addome) affronta il processo e viene condannato sia in primo che in secondo grado per omicidio colposo in quanto si ritiene esistente anche una sua condotta colposa idonea a causare l’evento mortale.

La condanna è motivata sul presupposto dell’applicabilità nella fattispecie dei principi inerenti la responsabilità di équipe e sul fatto che il dr. ZZ aveva omesso di segnalare al primo operatore la necessità di provvedere all’esplorazione di tutta la circonferenza del vaso e, comunque, di effettuare personalmente questa esplorazione facendosi passare dal collega gli speciali occhiali.

L’imputato ricorre, quindi, in cassazione deducendo l’inesistenza di ogni colpa a suo carico e l’erronea applicazione nella fattispecie dei principi che regolano la responsabilità in équipe non potendo essere pretesa da lui una verifica che non poteva effettuare sia perché non possedeva una specifica competenza in materia vascolare, sia perché non aveva i necessari occhiali.

La Corte di Cassazione, quarta sezione penale, con la sentenza n. 27314/17, depositata il 31/05/2017, accoglie il ricorso dell’imputato e assolve il dr. ZZ per non avere commesso il fatto contestatogli.

La Suprema Corte, in particolare, afferma che i giudici di secondo grado hanno erroneamente ritenuto responsabile penalmente l’imputato in quanto le modalità di effettuazione della saturazione erano dipese da una scelta propria del primario, primo operatore, che aveva eseguito personalmente questa incombenza.

Sottolinea, inoltre, la Cassazione che non è corretto trasformare l’onere di vigilanza, esistente in capo all’imputato, in una sorta di obbligo generalizzato di impraticabile realizzazione e che dal dr. ZZ non era esigibile una invasione negli spazi di esclusiva competenza altrui.

In sostanza nel verificare le rispettive responsabilità per un intervento in equipe occorre differenziare la fase “corale” dell’operazione chirurgica da quella nella quale sono nettamente diversi i ruoli e i compiti di ciascuno dei partecipanti.

Inoltre deve essere tenuta distinta la responsabilità di chi ha la direzione dell’intervento da quella del suo collaboratore quando, come nella fattispecie, rilevata la lacerazione dell’aorta, la saturazione è stata effettuata dal primario, primo operatore, apparentemente con successo, vista l’assenza di sanguinamento e il recupero del normale ritmo pressorio, circostanze queste ultime che possono ragionevolmente avere rafforzato nell’imputato l’affidamento sul fatto che la sutura aveva avuto esito positivo.



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